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Le carceri veneziane di Loreo

  • Daniele Bergantin
  • 27 ott 2021
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 2 mag 2024

Come a Venezia anche a Loreo c’è un ponte dei sospiri. Un collegamento aereo tra il Municipio e le prigioni portava i condannati dalla sala consigliere alla cella. Loreo era dotato di propri statuti già dal 1484. L’attuale edificio ex carceri risale all’ottocento ed oggi ospita la biblioteca comunale, la sua sagoma severa e massiccia mostra però i segni di una edificazione sofferta e rivisitata.









Dati storici

L’esistenza delle prigioni a Loreo è testimoniata in un documento del 1537, dove Venezia chiede al podestà di destinare alcuni galeotti alla formazione dell’equipaggio di una galera. Nella lettera inviata dal doge Andrea Gritti al podestà di Loreo Nicola Querini, è riportato: “… volendo servirsi da quella Terra nostra (Loreo) d’uomini tre e dal Territorio (Bassopolesine) d’uomini doi per interra le gallie nostre, non derogando per questa volta alli privileggi de quei fedelissimi nostri, vi comendemo che con ogni prestezza ne mandiate de questa Chiesia uomini cinque, sani et sufficienti al predetto effedo, avendo rispedo ai capi di famiglia e soli in casa ….” Un successivo documento datato 1565, riporta che i loredani chiedono al Collegio della Milizia da Mar di Venezia di ridurre da venticinque a dodici i galeotti ordinari i quali, con altri sei galeotti sarebbero stati chiamati in caso di assoluta necessità. (BPG)

Un documento del 1603 scritto dal capitano Francesco Canova, al servizio del provveditore Alvise Zorzi per la protezione dei lavori relativi al taglio di Porto Viro, riporta di aver fermato 3 delinquenti alla Cavanella e di averli fatti camminare fino a Loreo, dove rimasero custoditi per 4 giorni. (MC)

In precedenza abbiamo come riferimento la data del 6 settembre 1498, quando il podestà di Loreo, Girolamo Bondumier, ricevette l’ordine di catturare gli schiavi fuggitivi etiopi o saraceni. Si raccomandava di consegnare tali schiavi all’ufficio dei provveditori di Comun perché fossero puniti e restituiti ai legittimi padroni. (BPG) Questo documento presuppone che all’epoca Loreo non era ancora dotato di carceri.

E’ plausibile ipotizzare che la costruzione delle carceri loredane sia associata alla ricostruzione della borgata, incendiata nel 1510 e abbandonata per ben due anni. Il rientro dei profughi loredani rifugiati a Chioggia venne incoraggiato dal doge Leonardo Loredan e sappiamo dal 1512 si costruirono vari edifici pubblici, tra cui il municipio. Dell’elenco delle nuove edificazioni fanno parte anche due edifici comunali, senza tuttavia specificare la funzione. Il territorio loredano era molto vasto, in quanto il Polesine di Loreo comprendeva allora quasi tutte le località del delta del Po, era pertanto un’area solcata da eserciti, milizie e soldati, che in parte contribuivano ad alzare il tasso di criminalità. La giustizia veneziana, sembrava tenere molto alla legalità, ma non la perseguiva efficacemente. La costruzione delle carceri a Loreo, venne vista come una possibile soluzione e contribuì ad una parziale soluzione del problema.

Le carceri hanno continuato la loro funzione anche dopo il 1797, rimanendo in uso pur se ridotto anche nel corso della seconda guerra mondiale.

L’edificio è stato sottoposte ad un importante intervento di restauro nel 2003 ed oggi ospita la biblioteca civica comunale, dedicata allo studioso di Loreo Piergiorgio Bassan.


I galeotti

I forzati, gli schiavi ed i condannati dalle carceri veneziane e dal Dogado, cominciarono a sostituire i rematori di libertà a partire dal 1545 che divennero galeotti. Il termine deriva da galea o galera, riferito ai condannati più robusti che accettavano la dura sorte del rematore in alternativa alla prigione, che in molti casi era luogo di morte certa. Verso il 1580 le ciurme forzate con i galeotti incatenati, costituivano il principale fondamento dell’armata veneziana ma poiché molti condannati non sapevano remare, i sopracomiti che armavano una galea dovevano assoldare un volontario ogni tre forzati.

La galera (o galea) sottile o da combattimento veniva costruita solo all’Arsenale di Venezia. Lunga circa 50 metri e munita di vela triangolare, aveva normalmente 162 rematori. La ciurma ordinaria di una galea a partire dal 1593 fu portata a 192: 48 esperti e 144 forzati.


Il fabbricato ottocentesco

L'edificio attuale risale alla prima metà dell'Ottocento, in quanto nel Catasto Austriaco del 1845 è riportato che il fabbricato risulta di recente costruzione.

L’edificio mostra una sagoma massiccia e imponente, che però risulta decisamente inclinato su un lato. Il fabbricato si presenta come un blocco rettangolare con una pianta di forma quadrangolare, intonacato come da tradizione veneta. L’aspetto risulta austero e privo di decorazioni, con l’unica eccezione della liscia cornice marcapiano tra il piano terra e il primo piano. Il prospetto è caratterizzato da aperture simmetriche rispetto al portale centrale e presenta finestre quadrate, relativamente piccole ma profonde, sottolineate da una cornice liscia in pietra che sostiene una grata in ferro, testimone della funzione passata.

Le carceri sono di fatto e per necessità un fabbricato massiccio e di conseguenza pesante, per garantire solidità e sicurezza, ma proprio il peso eccessivo della struttura è stata la causa che ha determinato l’inclinazione dell’edificio. Osservando con attenzione la geometria della facciata si notano diverse anomalie strutturali e architettoniche che consentono una analisi interessante che porta a rivedere la varie fasi della costruzione.

La finestra più orientale del piano terra è chiaramente inclinata, mentre la corrispondente apertura del primo piano è regolare. Questo lascia supporre che il verificarsi dei cedimenti del terreno di fondazione sia avvenuto già in fase di costruzione a causa del pesante carico trasmesso nel sottosuolo dalle fondazioni. In seguito ad un intervento di risanamento del terreno di base, la costruzione è successivamente proseguita abbastanza regolarmente. A fabbricato ultimato, tuttavia sono ripresi i cedimenti, interessando tutto l’edificio, seppure in misura più contenuta.

Nella parte interna è possibile individuare un vano di entrata, sede del corpo di guardia e 6 celle, di cui 4 occupano quasi tutto il primo piano e due al piano terra. La copertura del soffitto è del tipo a volta in mattoni. Le celle hanno una superficie di circa 16 m2 e una porta in legno massiccio ma di dimensioni ridotte, presenta infatti un’altezza pari a 1,20 metri e mostra un foro rotondo per osservare i detenuti; la chiusura era assicurata da un grosso catenaccio di ferro. Sul pavimento del primo piano di una cella è possibile vedere delle sottili incisioni che rimandano a giochi passatempo dei carcerati come la “tria” e iscrizioni varie, tra cui alcune con croci e date riferite al 1860 e 1861.

La presenza del collegamento porticato tra il Municipio e le prigioni ci rimanda alla celebrazione del processo con l’imputato che veniva giudicato in una sala dell’edificio comunale e in caso di condanna, veniva condotto direttamente in cella. Anche se il paragone è azzardato, ci sentiamo di proporre il nostro collegamento aereo tra il Municipio e le carceri come il “ponte dei sospiri del Delta del Po”.

Come detto l’edificio si presenta debolmente inclinato, ma oltre alla constatazione visiva dall’esterno si può accertare una condizione di scarso equilibrio anche all’interno. La prova si ha nel salire al primo piano e camminare sul vecchio pavimento in cotto delle celle. Già la salita lungo le scale dà luogo ad una particolare sensazione di vertigine, che prosegue e in alcuni casi si può accentuare proseguendo la visita per le varie celle del primo piano.


I reati

Nei secoli 1500 – 1600 Loreo, borgo isolato e di frontiera, lontano da Venezia, era frequentato da veneziani colpevoli di reati contro il patrimonio e contro la persona, era anche luogo di transito di parte della malavita ferrarese, nonché veneta, come padovani e veronesi. Molti malfattori e assassini provenivano dal basso ferrarese, approfittando del confine poco difeso e della certezza di non essere perseguiti dalla giustizia pontificia, una volta rientrati nel proprio territorio dopo aver commesso fatti cruenti o furti.

Quali erano i delitti ed i reati più comuni che portavano i condannati nelle prigioni di Loreo e quali le condanne? Meretricio alimentato dal passaggio delle milizie e delle marinerie fluviali, gioco delle carte, dazi non pagati, usura, litigi, ubriacature nelle osterie a volte con ferimenti, bestemmie. Molteplici erano i casi di ferimenti ed omicidi, spesso generati dall’abuso di vino.

Dal Cinque al Settecento, nonostante i controlli imposti dalla Serenissima Repubblica si praticava diffusamente il contrabbando, i dazi erano molti e anche le proibizioni: dal tabacco ai libri francesi dei filosofi.

Mancin ha pubblicato una raccolta di ben 43 documenti che va dal 1600 al 1794 intitolata “Relazioni sui fatti criminosi accaduti nel Basso Polesine, inviate dal Podestà di Loreo agli Illustrissimi et Eccellentissimi Capi del Consiglio dei Dieci a Venezia”. Nel 1635 il Podestà di Loreo si rivolge al Consiglio dei Dieci per chiedere un rinforzo della guarnigione locale, in seguito al ripetersi di crimini contro la proprietà pubblica.

Un documento con la data 2 marzo 1665, narra di un “atto infame di violenza carnale”, presentato come un caso mostruoso. Un sacerdote di Adria, ospite di una famiglia loredana, nel cuore della notte sfogò la sua libidine sulla figlia del capofamiglia di appena 5 anni. Il mattino seguente celebrò di nuovo la messa e poi sparì e non si fece più vedere. (BPG)(MC)

Un capitolo a parte riguarda il Tribunale del Santo Officio dell’Inquisizione, presente ed attivo già dal 1289. A partire dal 1521 i processi si svolgevano in vescovado a Chioggia alla presenza del vescovo, dell’inquisitore e dell’imputato che aveva l’assistenza del Podestà a sua difesa. Completavano il tribunale un consultore, un avvocato e un cancelliere.

Nel corso del 1500, un unico caso di eresia viene segnato nel territorio della diocesi di Chioggia proprio a Loreo: Flaminio Guidotti, accusato di sostenere che il Papa non è il vicario di Cristo, che la confessione era un’invenzione dei preti, che non si doveva venerare cosa alcuna, né credere se non ciò che è contenuto nella Scrittura, che eletti di Dio erano i contadini che lavoravano e non i frati oziosi nel loro conventi. (DADPS)


Gli statuti di Loreo

Valsecchi A. è l’autore della pubblicazione: “Sugli Statuti di Loreo”, dove risulta che la cittadina veneta aveva un proprio statuto dal 1484 denominato Statuta laureti communis. Si tratta di leggi penali proprie, ne vediamo alcune: vengono puniti coloro che lavorano nei giorni festivi e in quelli in cui sventola nella piazza del comune la bandiera di San Marco. Chi trattiene per sé le cose trovate sulla spiaggia viene trattato come avesse fatto un furto. In tutti i casi, non è lasciato al giudice la facoltà di aumentare o diminuire la pena dietro l’esame di circostanze aggravanti o attenuanti.

A Loreo avvenivano i processi di competenza territoriale, ma nel caso di un loredano fuori territorio, il Privilegium laureti dispone che costui sarebbe stato giudicato dai magistrati di Venezia secondo le leggi della Serenissima.

Riguardo alle bestemmie, la pena veniva differenziata e aggravata se si trattava di bestemmiatore secondo l’indole della bestemmia, inoltre anche il soggetto della bestemmia faceva la differenza, se Dio, la Madonna, San Marco o qualche altro santo. In quest’ultimo caso è meno grave. Qualora il bestemmiatore non potesse pagare la multa, la pena veniva sostituita da 25 colpi di bastone.

Del denaro della multe o degli oggetti confiscati di dovevano fare 3 parti uguali: una al comune, una al Podestà ed una all’accusatore.



Veduta esterna delle ex carceri


Il ponte dei sospiri del delta del Po



La porta della cella IIII





Bibliografia


(BPG) Bassan P.G. “Il dominio veneto nel bassopolesine” vol. I e vol. II, ed. Il Gerione, Abano Terme, 1974. “ I flagellanti della Santissima Trinità”, ed. Il Gerione, Abano Terme, 1976.

Bonomi S., Perini L., Ruzza R. “Da mansio Fossis a portus laureti a Loreo: 2000 anni di storia del delta del Po”, Regione Veneto, 2004, Porto Viro

(DADPS) De Antoni D., Perini S. “Storia religiosa del Veneto – diocesi di Chioggia” Giunta Regionale del Veneto, Gregoriana libreria editrice, 1992, Noventa Padovana.

(MC) Mancin C. “Delitti e pene nel delta del Po nei secoli XVII e XVIII”, Minelliana,1996, Rovigo.

(VA) Valsecchi A. “Sugli statuti di Loreo”, Atti dell’Ateneo veneto, Biblioteca Nazionale Marciana 1864.



Il presente articolo è una rivisitazione di quanto già pubblicato con il titolo “Le ex carceri di Loreo” di Daniele Bergantin, nel periodico semestrale Ventaglio novanta n. 51 (2015), direttore Lino Segantin, Editrice: Turismo e Cultura , Rovigo.

 
 
 

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